RUSSIA UCRAINA, LA FINE SI AVVICINA

Non è vero, era solo per fare rima

Da quasi due anni a questa parte è in corso in Ucraina un violento conflitto che vede contrapposti da una parte il governo di Kiev – supportato da Stati Uniti e Unione Europea – e dall’altra le autoproclamate Repubbliche Popolari di Doneck e Lugansk, che invece godono dell’appoggio di Mosca. Stando all’ultimo rapporto dell’agenzia Onu per i rifugiati 800.961 cittadini ucraini hanno chiesto asilo ai paesi limitrofi. Si tratta di una crisi umanitaria che non si era mai vista in Europa dai tempi dei conflitti nell’ex Jugoslavia, la quale rischia fra l’altro di far rimpiombare la Russia e l’Occidente in una nuova guerra fredda. Capirne quindi le ragioni è di vitale importanza per tutti coloro che vogliono comprendere gli attuali meccanismi della politica internazionale.

L’inizio della crisi è normalmente fatto risalire al 21 novembre del 2013 quando l’allora Presidente ucraino Viktor Janukovyč decise di sospendere i preparativi per la firma dell’Accordo di Associazione con l’UE  e del Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (Dcfta). La mancata sottoscrizione di tale intesa da parte di Janukovyč è da mettere in relazione con la valutazione da parte di Kiev di consolidare i propri legami con la Russia e l’Unione doganale eurasiatica, uno spazio economico che integra circa 180 milioni di persone. Il patto che la istituisce è stato firmato il 29 maggio 2014 dalla Federazione Russa, dalla Bielorussia e dal Kazakhstan. Nel gennaio 2015 ha dato la sua adesione anche l’Armenia mentre il Kirghizistan ne entrerà a far parte nel maggio dello stesso anno. Le due istituzioni sovranazionali che la sostanziano sono la Commissione eurasiatica e la Banca per sviluppo eurasiatico. Tutti i membri partecipano a un trattato per la Sicurezza collettiva e sono impegnati in una mutua difesa militare. La ragione che ha spinto il governo ucraino a far venir meno la propria firma al trattato di associazione con l’Unione Europea è che l’alternativa rappresentata dall’aderire all’Unione eurasiatica offriva all’Ucraina – in termini finanziari – molto di più di quanto le concedesse l’accordo con l’UE. Il paese infatti è letteralmente devastato da una crisi econonomica che lo sta portando lentamente verso la bancarotta. L’inflazione è al 35% su base annua, il deficit di bilancio al 10,3%, le riserve ammontano ad appena 5 miliardi di dollari mentre la moneta si è svalutata del 70% in un anno. Tali difficoltà di natura economica risalgono a ben prima dei fatti di Piazza Maidan e sono da attribuirsi alla presenza di una burocrazia inefficiente e corrotta alleata con gli oligarchi che controllano l’economia nazionale. Tutti questi fattori hanno fatto si che l’Ucraina sia una delle poche repubbliche post-sovietiche nella quale gli standard medi di vita sono peggiori che durante il comunismo.

Nel frattempo al di fuori dei palazzi del potere monta la protesta di piazza. Il 24 novembre iniziano i primi scontri. Migliaia di persone si riuniscono per le strade e occupano i palazzi governativi. A Kiev Piazza dell’Indipendenza (Majdan Nezaležnosti spesso chiamata semplicemente Majdan) diventa il simbolo della protesta: qui si ergono barricate, si monta un grande palco, vengono allestite delle tende e si sventolano le bandiere ucraine ed europee. Il 17 dicembre  Janukovyč  e Putin si incontrano. La Russia decide di concedere un prestito di 15 miliardi di dollari a Kiev e di applicare uno sconto del 30% sul prezzo del gas. Stando ai calcoli degli analisti i fondi concessi basterebbero per stabilizzare la finanza pubblica per due anni. Ma ciò non basta a placare la protesta. A fine gennaio, sotto pressione, il Presidente ucraino offre a Jacjenyuk il posto da Primo ministro e a Klyčo quello di vice. Nel frattempo il premier Mykola Azarov rassegna le sue dimissioni nel vano tentativo di riportare ordine nel paese. Tuttavia a causa dell’intransigenza delle frange più estremiste della protesta quali il partito di estrema destra Svoboda, guidato da Oleh Tyhanybok e Pravyi Sektor i tentativi di riconciliazione fra governo e opposizione si risolvono in un nulla di fatto. Ma è il 20 febbraio il giorno più tragico. Un gruppo di cecchini inizia a sparare contro i manifestanti e la polizia. Il bilancio sarà di circa 88 morti e centinaia di feriti. Le dinamiche dell’accaduto non sono ancora del tutto chiare, tuttavia stando alle dichiarazioni rilasciate da Urmas Paet, Ministro degli esteri dell’Estonia, all’Agenzia Stampa RIA Novosti, a sparare non sarebbero stati uomini del governo ma persone legate ai leader di Piazza Maidan. Il drammatico spargimento di sangue porta a un compromesso più serio. Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio Janukovyč firma un accordo con i capi della protesta (Jacenjuk, Klyčo e Tyhanybok). La piattaforma prevede un governo di unità nazionale dal 3 marzo, elezioni presidenziali entro dicembre e il ritorno alla Costituzione del 2004. Allo stesso tempo il parlamento solleva dal suo incarico il Ministro degli Interni Vitalij Zacharčenko e concede la libertà a Julija Timošenko. Tuttavia nemmeno questo accomodamento sembra soddisfare l’ala più oltranzista dell’opposizione incarnata dal leader del Pravyi Sektor Dmytro Jaroš, il quale dichiara che i suoi uomini non deporranno le armi e non sbloccheranno l’assedio dei palazzi pubblici fino a che Janukovyč non si dimetterà.

Il Presidente ucraino è costretto a fuggire  nella notte tra venerdi e sabato. Oleksandr Turčinov, presidente dell’assemblea parlamentare, diventa dunque presidente ad interim. È il cambio di regime: le presidenziali vengono fissate per il 25 maggio.

La reazione del Cremlino non si fa attendere: in seguito alla decisione della Crimea – regione popolata in maggioranza da russi – di separarsi dall’Ucraina per tornare alla Russia che l’aveva ceduta a quest’ultima in epoca sovietica, il primo marzo la Duma di Stato approva la richiesta di Putin di usare il potere militare in Ucraina. Il giorno succesivo un convoglio con centinaia di soldati russi si dirige verso la Crimea e l’indomani la flotta russa sul Mar Nero intima alla marina ucraina di arrendersi.

Partono le prime sanzioni americane ed europee contro Mosca: tra gli obiettivi ci sono anche  alcuni consiglieri stretti di Putin, in particolare Surkov e Rogozin.

Nonostante la veemente reazione occidentale ormai la partita è chiusa. In base al trattato del 1997, rinnovato nel 2010 fino al 2042, la Federazione russa detiene nella penisola di Crimea, legalmente, 25 mila soldati, 24 sistemi di artiglieria, 132 mezzi blindati e 22 aerei militari.

Nei primi di aprile anche nel Donbass esplode la ribellione contro il nuovo esecutivo insediatosi a Kiev. Nelle città di Doneck, Lugansk, Charkiv e Odessa le proteste salgono di intensità. I separatisti  occupano edifici pubblici, requisiscono armi e prendono ostaggi.

Il 15 aprile iniziano gli scontri tra le forze dell’esercito regolare ucraino e i ribelli pro russi.

Venerdi 2 maggio è il triste giorno del Massacro di Odessa.: sostenitori del federalismo vengono inseguiti fino alla Casa del Sindacato da ultras locali e militanti  del Pravyi Sektor. L’edificio subito dopo viene dato alle fiamme. Le stime ufficiali parlano di 42 morti anche se è probabile che il numero delle vittime sia ben più alto.

A metà maggio si tengono le elezioni presidenziali ucraine. In alcune regioni orientali del Paese non è possibile votare. Ne esce vincitore Petro Porošenko, magnate del cioccolato – che in passato è stato tra i fondatori del Partito delle Regioni oltre che Ministro di  Janukovyč – il quale è piuttosto intriseco sia al sistema di potere oligarchico ucraino che a quello russo.

Un altro elemento che contribuisce all’acuirsi del conflitto è l’abbattimento dell’aereo Malaysia Airlines del  17 luglio in cui muoiono 298 persone. Inizia una lunga discussione tra ribelli e governo ucraino sulla responsabilità   dell’accaduto. L’incidente viene comunque utilizzato per promuovere nuove sanzioni contro la Russia.

Dopo intensi scontri fra le parti il 5 settembre a Minsk si incontrano i rappresentanti del governo e i separatisti. Si raggiunge un accordo in 14 punti. Tra di essi c’è lo scambio di ostaggi (almeno 700 per parte) e la creazione di un corridoio umanitario. Nei giorni successivi tuttavia continuano i combattimenti a Mariupol’ e presso l’aeroporto di Doneck.

Il 19 settembre si tiene un nuovo round di incontri a Minsk. Il gruppo di contatto include l’ex presidente Kučma, l’ambasciatore russo a Kiev Mikhail Zurabov, il rappresentante Osce Tagliavini e quattro leader di Lugansk e Doneck (Zacharčenko, Plotnickij, Aleksej Karyakin e Andrej Purgin). Viene stabilità  una buffer zone, cioè il ritiro di 15 km per parte. Alla fine il ritiro è solo parziale e il cessate il fuoco viene più volte violato. Inoltre la tregua viene aspramente criticata dai ribelli. Il Comandante della Brigata Prizrak (Fantasma) Aleksej Možgovoj sostiene che il cessate il fuoco rappresenti un’opportunità per l’esercito ucraino e la Guardia nazionale di reclutare  persone. Dello stesso parere Strelkov (Igor Girkin) già ministro della Difesa della Repubblica Popolare di Doneck per il quale gli accordi di Minsk rappresentano un errore, provocato e appoggiato da quella che lui chiama la «quinta colonna» in Russia.

La guerra in Ucraina oltre a rimettere in discussione l’equilibrio geopolitico scaturito dal crollo del blocco sovietico rischia di avere ripercussioni negative sull’economia europea proprio in un momento in cui quest’ultima sta attraversando una fase difficile. A causa delle sanzioni decise dagli Stati Uniti e dall’U.E contro Mosca, la sola Italia ha perso nel 2014 oltre 1,25 miliardi di export in Russia. Al contrario gli americani, non sono stati particolarmente toccati in quanto le relazioni commerciali con la Federazione russa sono modeste. Inoltre non è un segreto per nessuno che alla Casa Bianca non possa che fare piacere che vi sia un po’ di caos che tenga impegnati i russi sul fronte interno. Gli interessi strategici europei e quelli statunitensi in questo caso sono dunque in conflitto. L’errore commesso dall’Unione Europea è stato fin dall’inizio quello di prendere le parti degli uni contro gli altri. Scegliendo di schierarsi apertamente con Kiev, Bruxelles ha rinunciato al suo ruolo di possibile arbitro all’interno del conflitto.

La base di un’intesa davvero duratura e definitiva della guerra in atto che soddisfi le esigenze del Vecchio Continente e che possa scongiurare il ritorno di una nuova cortina di ferro è la seguente: Mantenimento del territorio ucraino, fatta eccezione della Crimea, all’interno di un unico stato federale che rispetti le autonomie locali; garanzia che il paese non chiederà l’adesione all’Alleanza Atlantica; ritorno ad un rapporto di normalità dal punto di vista economico-commerciale e soprattutto energetico; sostegno coordinato dell’Unione Europea, della Russia e dei paesi dell’Unione eurasiatica al consolidamento dello stato ucraino all’interno delle sue frontiere effettive e rilancio dell’economia.

Gabriele Repaci

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