RIVOLUZIONARI: POCHI, RICCHI E NEMMENO ORIGINALI

O'Clery ci racconta la rivoluzione francese e il paragone vien da sè

Chi ha dimestichezza con quella corrente di pensiero che viene genericamente definita controrivoluzionaria non mancherà di conoscere autori del XX secolo quali ad esempio il colombiano Nicolàs Gòmez Dàvila, il brasiliano Plinio Correa de Oliveira, piuttosto che lo spagnolo Francisco Elias de Tejada oppure, riguardo al secolo precedente, personaggi come l’iberico Juan Donoso Cortès, il savoiardo Joseph de Maistre o il francese Louis de Bonald. Difficilmente invece sarà conosciuta l’opera di una penna minore rispetto ai suddetti soggetti, la quale, però, sembra aver in buona parte anticipato una delle tematiche ampiamente trattate da Plinio Correa de Oliveira (ossia colui che può venir considerato il maître à penser di questo filone storico, culturale e politico): la genesi del processo rivoluzionario.

Si tratta dell’irlandese Patrick Keyes O’Clery (1849 – 1913), autore che scrisse e pubblicò nell’800 due importanti saggi sugli avvenimenti che sconvolsero la pensiola italiana: The Revolution of the Barricades (1875) e The Making of Italy (ambedue riguardanti il controverso Risorgimento e pubblicati in Italia dalla casa editrice Ares con il titolo di La Rivoluzione Italiana – come fu fatta l’unità della nazione) e che trattò, nel primo dei due saggi citati, il problema rivoluzionario con una impostazione che sembrerebbe essere analoga a quella usata da de Oliveira quasi un secolo dopo nel suo celebre Rivoluzione e Controrivoluzione.

Riporto ora il passaggio che tratta di questa tematica, ritenendo che possa tornare utile a coloro ai quali interessano le dinamiche storico-sociali (ma non solo) dello sviluppo di ciò che viene definito Rivoluzione con la R maiuscola:

C’è un errore nel quale sono caduti in molti, ed è quello di considerare la Rivoluzione [francese] come il frutto di idee divulgate per la prima volta dai cosidetti  philosophes del diciottesimo secolo. […]

La Rivoluzione del diciottesimo secolo fu solo un’altra offensiva di quello spirito di disordine che esiste in ogni umano consesso, e il cui operare possiamo far risalire fino al Medioevo. Non c’era nulla di nuovo nei principi di Rousseau e Voltaire. Essi erano stati enunciati, forse in un linguaggio meno preciso e forbito, centinaia di anni prima che questi grandi leaders o philosophes fossero nati. Gli ussiti in Germania nel quindicesimo secolo e gli anabattisti più tardi, gli albigesi in Francia, i lollardi in Inghilterra, predicavano la stessa dottrina che fu udita a Parigi durante il regno del Terrore giacobino. Le spade dell’Europa cristiana furono sguainate contro gli albigesi non tanto per la loro eresia, quanto perché erano nemici dell’ordine e della società; cercavano di distruggere la famiglia e abolire la santità del matrimonio. In tempi più recenti, le stesse orribili dottrine sono state apertamente sostenute dagli apostoli più estremisti della Rivoluzione inglese. In Inghilterra gli agitatori lollardi facevano uso di espressioni che potrebbero essere facilmente scambiate per quelle degli agitatori di piazza parigini. “Miei buoni amici”, disse John Ball, “le cose non possono andare bene in Inghilterra, e non lo potranno mai fino a che tutto non sia messo in comune, non ci siano più né vassalli né signori, e ogni differenza non sia stata livellata”.

Anche nelle sue manifestazioni esteriori, la Rivoluzione fu, grosso modo, una ripetizione di quello che era accaduto più e più volte nei tempi precedenti. L’incendio di castelli e l’assassinio dei signori feudali avvenuto durante la Rivoluzione francese furono una riedizione delle jacqueries del Trecento. Persino i tumulti di Parigi di quel periodo, quando il popolo, vestendo il rosso e il blu, simbolo della città, insorse in armi e infilzò a colpi di picca o annegò i nobili e le loro mogli, hanno un impressionante somiglianza con le insurrezioni giacobine, quando i picchieri, che portavano la coccarda tricolore, manifestavano il loro amore per Libertè, Egalitè e Fraternitè impiccando gli sventurati aristocratici à la lanterne o massacrandoli nei cortili delle prigioni. Ogni attacco dei philosophes agli Ordini religiosi era già stato anticipato da Wycliffe, da Lutero e da altri ancora. Persino le organizzazioni più segrete che facevano propaganda rivoluzionaria esistevano da secoli.

È stato asserito anche che la Rivoluzione fu opera della gran parte del popolo francese, unito in una rivolta spontanea contro una tirannia feudale, che sarebbe stata inevitabile anche se Voltaire e i suoi seguaci non si fossero mai occupati di politica e le società segrete non fossero mai state organizzate. Gli scrittori che continuano a sostenere tale opinione, o non hanno una reale conoscenza della genesi dell’azione politica, o chiudono volentieri entrambi gli occhi su quello che accade davanti a loro ogni giorno. Il poeta e il romanziere possono narrare di spontanee e simultanee insurrezioni di un popolo intero, ma coloro che hanno studiato gli eventi del nostro tempo sanno che tali sommovimenti di massa non ci sono mai stati oggi, e, probabilmente, non ci sono stati mai. Del resto sarebbe strano se fosse altrimenti, poiché gran parte del popolo è composta da persone che non possiedono alcuna iniziativa personale. Esse potranno obbedire solo a un forte stimolo (per esempio il timore di un disastro), in mancanza del quale si faranno guidare da altri uomini, lasciando che questi pensino al posto loro e diano forma al loro credo politico. È questo che rende il suffragio universale un’impostura laddove esso è praticato. Le rivoluzioni e così le reazioni non sono il lavoro delle masse, ma solo di pochi uomini abbastanza audaci da cercare il supporto delle masse stesse e abbastanza forti da assicurarselo e mantenerlo. Il popolo non si è mai mosso spontaneamente e non lo farà mai, eccetto quando sia spinto a ciò da qualche causa esterna.

(La Rivoluzione Italiana pp. 46 – 48; Patrick Keyes O’Clery; Edizioni Ares)

La Redazione

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1 Commento su RIVOLUZIONARI: POCHI, RICCHI E NEMMENO ORIGINALI

  1. Carino il montaggio dello pseudo-no-globlal insieme ai comunardi…I freakkettoni e gli agitatori del nulla ci son sempre stati, e si può dire che son tutti figli di quell’evento e di quell’essere da cui la contro-tradizione simbolicamente si può far iniziare, cioè il fraticidio perpetrato da Caino, il padre biblico degli iniqui,primo costruttore di città ed iniziatore di una stirpe maledetta in eterno…Bisognerebbe rovesciare di nuovo tutto ciò che nella realtà è stato rovesciato…

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