USCIAMO DAL POLLAIO

Seghe in batteria nel pollaio dell'Occidente

Il peggior tormento per l’osservatore (ricercatore) contemporaneo è assistere impotente all’agonia del mondo. Un’analisi di tipo riduzionista può anche dare la sensazione che il nostro sistema di gestione del pianeta abbia in qualche modo qualche chance di perpetuarsi, magari attraverso metamorfosi e adattamenti alla bisogna; in realtà chi considera il significato emergente del modello di sviluppo attuale non può che trarne pronostici oscuri.
Tuttavia il ricercatore intelligente è ancora più disperato perchè sa che la soluzione è dietro l’angolo ed il dramma potrebbe trasformarsi in festa; eppure la jungla dell’ informazione taglia le gambe all’umanità.
Numeri alla mano, saremmo condannati all’estinzione; saremmo!

Il tutto è evidente, basta considerare la Terra vista di notte dallo spazio ed osservare come almeno la metà del pianeta sia fortemente sterilizzata dalle metropoli; quelle graziose luci che avvolgono la nostra materna sfera terrestre sono testimonianza che quanto abbiamo di più prezioso, il suolo, si appresta a divenire insufficiente per perpetuare la nostra configurazione sul pianeta; le università anglosassoni dichiarano che saranno ratti e scarafaggi a prosperare negli oceani di cemento che abbiamo creato; noi ce ne andremo da dove siamo venuti.

Eppure… eppure eccola la soluzione; e neanche tanto contorta: La grande notizia è che le metropoli sono inutili e la notizia ancor più ridente è quella che abbiamo tecnologia sufficiente per trasformare la Terra in un bel giardino e viverci comodamente dentro. Le metropoli si svilupparono per fornire braccia all’industria durante le rivoluzioni industriali; tuttavia, come dinosauri antidiluviani, le stesse metropoli non si resero conto di essere estinte tecnologicamente da un pezzo ed oggi continuano ad avanzare, espandendosi. Eppure, le relazioni contemporanee avvengono con il trasferimento di energia e non più di massa; i robot costruiscono le macchine, l’uomo e la donna,  è meglio vivano in un Eden. La città, soffocata, va liberata dal cemento in esubero; la metropoli che la avvolge, va metodicamente demolita, ormai è inutile e dannosa; al posto delle cementificazioni andrà ricreato il terreno agrario da suolo di profondità attraverso il compostaggio; si vivrà sullo stesso suolo rigenerato attraverso villaggi fattoria fortemente autonomi dal punto di vista energetico; le comunità si riapproprieranno della dimensione sostentatrice del settore primario sganciandolo dalla sola logica mercantilista che sta distruggendo lo stesso ed allo stesso tempo svolgeranno buona parte delle proprie attività intellettuali in rete; il 90% di servizi può essere eterizzato.

I villaggi si svilupperanno a macchia di leopardo sul territorio attraverso una rete viaria ed energetica; sarà possibile barattare le merci attraverso Internet, utilizzando denaro e beni di consumo prodotti biologicamente e senza OGM o clonazioni: olio, grano, mosto, conserve, avranno peculiarità geografiche di gusto non insidiate dalla attuale globalizzazione o neo-liberismo industriale (il pistacchio di Bronte e quello di Pechino saranno sempre differenti). Il prodotto alimentare delle fattorie migliorerà turismo ed ambiente, anche chi vive in città ne beneficerà.

La riconquista del suolo agrario dovrebbe divenire una priorità nel nostro futuro prossimo; le nuove abitazioni nei villaggi fattoria dovrebbero avere tipologia a palificata, senza asportazione di humus, col primo piano calpestabile posto ad una mezza dozzina di metri dal suolo per permettere allo stesso di vegetare e di garantire la salute degli abitanti (da parecchi dati statistici si evince una maggior grado di sopravvivenza in coloro che vivono nei piani più alti, questo fenomeno è legato alla minore esposizione a Radon e umidità rispetto ai piani inferiori). In alcuni paesi avanzati del nord Europa esistono già cenni del modello sostenibile fin qui ipotizzato; basta andare sul sito di Todmorden, nell’Inghilterra del nord ovest, per saggiare l’efficacia e l’attualità di questo innovativo modello di sviluppo.

Quale miglior occasione per ridisegnare la meravigliosa città originaria? I centri storici tornerebbero a risplendere come testimonianza di civiltà, segno incontrovertibile del principio antropico, che vede l’uomo impersonare l’universo e chiedersi a suo nome chi è e da dove viene. Qualcuno potrebbe interpretare questo modello di sviluppo alternativo appena espresso come utopia; in realtà utopico è il pensare che l’attuale sistema improprio possa ancora funzionare per il futuro prossimo dell’umanità; ciò è semplicemente grottesco e ridicolo.

Mantenendoci anche solo su di un piano meramente utilitarista vediamo come ogni nuova costruzione perda di valore nella somma spropositata di immobili che pochi ormai vogliono o possono acquistare da qui la necessità, per un mercato che serva ad arricchire i popoli ,di una nuova configurazione urbanistica e produttiva.

Ad una velocità iperbolica negli ultimi quarant’anni abbiamo distrutto e menomato ciò che le civiltà avevano rispettato ed edificato per millenni. E’ evidente che di questo passo moriremmo presto per mancanza di cibo, per squilibri ambientali e per tossicità alimentare, vista l’innaturalità degli OGM o le clonazioni, realtà create artificialmente per poter affrontare la sfida di sfamare dieci miliardi di individui nel 2030.

Certo, dietro l’angoscia del mondo attuale non c’è solo l’incedere di uno stupido meccanismo obsoleto ma anche la volontà finanziaria dei grandi potentati, che da mastodonti ottusi, non possono che concepire la finanza come fine religioso, puro e scevro da qualsiasi altra considerazione intelligente; soldi per i soldi; combustibili fossili come comandamento, in modo monotematico quanto suicida. La filosofia dell’ usa e getta, del consumo pianificato, del banale e del superficiale è divenuta il nostro carnefice – la metropoli è l’impersonificazione di questo male –dobbiamo necessariamente liberarcene.

Dalla nostra, come risorsa fedele e potente abbiamo una grande alleata, abile e veloce, in grado di battere le poche centinaia di ottusi nababbi che tra poco non sapranno più dove spendere i propri depositi d’oro; L’Informazione! – quella sacra ed inviolabile, capace di farsi strada tra i meandri di infette sciocchezze mediatiche che straripano dai dispositivi.

L’informazione darà nuova linfa all’uomo; aprirà gli occhi, come già li apre, sulle soluzioni più opportune per il nostro futuro, sulle scoperte scientifiche e sul loro insabbiamento quando non convenienti, sulla politica corrotta, sullo strapotere delle multinazionali, sui meccanismi di indottrinamento, sulle strategie per avvilire l’umanità, illudendola di appartenere ad un pollaio universale senza speranza, senza traguardi e senza eternità.

Gaetano Maria e Giuseppe Domenico Di Giorgio 


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