SE SALVINI NON HA BISOGNO DI PERTINI

Eroi nazionalpopolari buoni per le teche (come le coppe)

La memoria collettiva è una costruzione sociale. La storia insomma è scritta a posteriori dalle istituzioni, dai vincitori delle guerre, dai media e dalle élite per “educarci” su cosa sia bene ricordare. E cosa no. Il 25 aprile o il “Giorno della Memoria” sono ottimi esempi.

A questi casi però se ne devono aggiungere altri, pur se meno eclatanti. Un ulteriore esempio può essere infatti quello dei personaggi elevati (spesso dai media) a icone della cultura nazionalpopolare: si pensi, per esempio, all’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Pertini, già. Proprio lui. L’uomo il cui nome evoca subito immagini di un passato felice e sorridente come la vittoria della nazionale di calcio ai mondiali spagnoli del 1982. Un evento che, in un Paese in cui il calcio si integra magistralmentenel motto latino panem et circensem, basterebbe da solo a santificare chiunque. Ma la memoria di Pertini non si alimenta di solo calcio. Pertini era il “padre della patria”, il partigiano, il presidente che non usava l’auto blu. Insomma, il Papa Francesco della Repubblica.

Fin qui però abbiamo parlato di memoria costruita. Ma Pertini aveva anche un vissuto reale. Una storia in cui il presidente andò di persona a portare gli onori al funerale del dittatore iugoslavo Tito, che tanti italiani aveva lasciato massacrare nelle foibe. Una storia in cui giustifico’ a posteriori l’attentato partigiano ai danni di soldati tedeschi che portò all’eccidio delle fosse ardeatine e in cui si rese complice di atrocità, che purtroppo, si sa, fanno parte delle guerre.

Ma Pertini, non diversamente dai suoi successori fu anche l’uomo dei cosiddetti “poteri forti”: iniziato alla massoneria in Francia (secondo lo storico Aldo Mola) affermò che la stessa “non era in discussione” dopo lo scandalo della P2, avvenuto sotto la sua presidenza. Così come sotto la sua presidenza avvenne l’evento di cui oggi paghiamo le estreme conseguenze: la separazione tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia, che trasformò di fatto la banca centrale da strumento del popolo italiano a strumento delle banche private.

Pertini fu inoltre il firmatario del vergognoso decreto presidenziale 350 del 1985 con cui, obbedendo alle direttive dell’allora Comunità Economica Europea (che novità) si stabiliva che lo Stato cessava di qualificare come attività di “interesse pubblico” la raccolta del risparmio e l’erogazione del credito da parte degli istituti bancari, che così assumevano semplicemente “carattere d’impresa”. Profitto e mercato in luogo dell’interesse pubblico insomma. Come un Napolitano o un Monti qualsiasi.

E qui arriviamo alle note dolenti della nostra riflessione. Sì, perché purtroppo nell'”errore Pertini” pare essere cascato anche Matteo Salvini, che la notte di capodanno ne ha trasmesso su Radio Padania il discorso del 1983, contrapponendolo a quello dell’attuale inquilino del Quirinale. Per carità, dopo tante mosse giuste, una sbavatura ci sta. Ma, se potessimo dare a Salvini un consiglio (non richiesto) sarebbe quello di stare attento a non cadere nella tentazione di dover piacere a tutti attingendo dell’immaginario nazionalpopolare.

Se Salvini è arrivato dove è arrivato lo ha fatto grazie, soprattutto, alla forza delle sue idee, che non vanno annacquate o imbastardite. L’uomo che gli italiani oggi vogliono è lui, Matteo Salvini. E lui non ha bisogno di nessun altro. Tanto meno di Pertini.

Cristiano Puglisi

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