Se vuoi fare il gangster, non lamentarti se finisci ammazzato (sul caso Bifolco)

Ma se vuoi che ci fidiamo degli sbirri, insegna prima loro a reggere una pistola

Settimana scorsa il dibattito pubblico italiano è stato travolto dal corso degli eventi causati dalla morte di Davide Bifolco, diciassettenne napoletano colpito al cuore da un proiettile partito dalla pistola di un carabiniere in seguito al mancato rispetto dell’alt intimatogli. La rivolta contro le forze dell’ordine, alimentata dalla rabbia e dalla disperazione dei parenti della vittima, è esplosa sui principali social network e nei quartieri del napoletano, dividendo l’opinione pubblica nazionale nei prevedibili schieramenti dei difensori della forza pubblica, opposti agli accusatori dei soprusi operati da polizia e carabinieri. Vista la nostra connaturata allergia verso le posizioni occupate per partito preso, tipiche di una certa mentalità italiota che non riesce a fare a meno del tifo, abbiamo preferito aspettare che si raffreddassero i bollenti spiriti per osservare a mente lucida le reazioni di questi giorni e poterci quindi fare un’opinione più precisa di ciò che è in gioco in questo dibattito.

Ebbene, appare chiaro come la morte in sé del ragazzo sia in realtà passata in secondo piano rispetto al vero tema che ha tenuto banco, ovvero il comportamento che il cittadino si deve aspettare da coloro che, almeno in teoria, sono gli addetti alla sua difesa. A questo proposito, come solo pochi hanno fatto notare, non si è tenuto debitamente conto delle affermazioni fatte dal carabiniere omicida, il quale se n’è candidamente uscito con la storia, già sentita se si ha presente il caso di Gabriele Sandri, del colpo partito per sbaglio. In effetti, la posizione ufficiale delle forze dell’ordine sull’accaduto sarebbe quindi in palese contraddizione rispetto a quanto detto finora e soprattutto demolirebbe in un colpo solo la difesa eretta dai “tifosi” delle ragioni del carabiniere.

Tuttavia, visto che su casi del genere ormai dovremmo esserci fatti un po’ di pelo sullo stomaco (vedi il già citato caso Sandri), questa affermazione ci sembra quantomeno dubbia, se non proprio ridicola. Ridicola in quanto aggraverebbe ulteriormente la posizione del carabiniere, dal quale ci saremmo invece aspettati una più onorevole presa di responsabilità. In una società basata sull’ipocrisia non possiamo aspettarci davvero che la forza pubblica sia risparmiata dal generale degrado umano a cui assistiamo ogni giorno, il carabiniere in questione non ha fatto eccezione. La storia del tutore dell’ordine che inciampa e colpisce per puro caso al cuore un diciassettenne è intollerabile, ancora di più visto il palese caso di paraculismo che denota mancanza di rispetto verso la vittima.

Detto questo, risulta altresì evidente quanto non si sia tenuto conto del territorio in cui hanno avuto luogo i fatti, o comunque non lo si sia evidenziato a sufficienza. Il 7 Gennaio scorso, ad esempio, è avvenuta una sparatoria dalla dinamica affatto simile: una pattuglia ferma tre ragazzi in sella ad un motorino che inizialmente sembra rallentare; ma all’improvviso i tre estraggono le pistole ed aprono il fuoco sugli agenti. Uno di questi rimane gravemente ferito al costato. Per buonismo, per ben pensare, ci si dimentica insomma della particolare esposizione pericolo che si vive nel napoletano, specie se si indossa una divisa: è molto facile invocare la forca da una tastiera additando l’assassino, ma il buon senso dovrebbe suggerirci un minimo di immedesimazione nella situazione. Andate nella provincia di Napoli a fare le ronde con gli agenti di polizia e carabinieri, poi tirate pure fuori fiaccole e forconi se un carabiniere si fa prendere dal panico vedendo un motorino che non si ferma al posto di blocco. Ah che cosa magnifica, la competenza di causa. Con questo non si vuole certo giustificare l’errore di chi dovrebbe essere addestrato a non commetterne (in questo caso a colpire le ruote e non al cuore), ma perlomeno inquadrare nella giusta prospettiva i fatti.

Proprio per questo ci saremmo aspettati una coraggiosa presa di posizione da parte di chi ha commesso quel drammatico errore di valutazione, dove, al contrario ci troviamo di fronte all’emblema di un Stato che non può essere rispettato. Che Stato, che persona, è uno che non sa affrontare le conseguenze dei propri errori? Questo l’inquietante interrogativo che ci lascia la morte di Davide Bifolco.

Daniele Frisio

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