Germania: colpevole o vittima?

Un interessante spunto di riflessione sul ruolo della Germania nel dibattito europeo attuale. La vera questione che emerge (e che Il Talebano sostiene da anni) è l’inadeguatezza del ragionamento meramente nazionalistico al panorama internazionale odierno: è necessario superare i campanilismi, per passare da un’Europa basata sulla competizione ad una basata sulla cooperazione tra i popoli che la compongono. Il nemico non è il popolo vicino, il nemico è il sistema che strangola tutti indistintamente, servendosi di Stato in Stato di governanti burattini.

Quando nel 1945 la Germania uscì sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale, ogni cittadino tedesco pensò che fosse stato raggiunto il fondo. I 635000 morti a causa dei bombardamenti alleati, l’incalcolabile numero di caduti militari, i 25 milioni di senzatetto, la totale demolizione di tutte le sue città, la privazione delle sue regioni orientali (Slesia, Prussia Orientale e Occidentale), i sedici milioni di esuli ed i campi di concentramento russi e angloamericani per tedeschi in quanto tali (non solo nazionalsocialisti) fotografavano una situazione per cui è difficile immaginarne una peggiore. Nessun tedesco poteva pensare che il proprio paese sarebbe stato oggetto di una o più altre persecuzioni di tale portata. Fu così che per loro fu un’enorme ferita quando si resero conto che il coltello sarebbe stato rigirato nella piaga dal condizionamento a cui fu ed è tutt’oggi sottoposta l’umanità dai manipolatori della storia mondiale. Sconfitta militarmente, la Germania venne attaccata psicologicamente dai vincitori, che crearono un senso di colpa indotto. Poco cambiava se si fosse sotto il dominio della Repubblica Federale Tedesca (BRD) o della Repubblica Democratica Tedesca (DDR): Il tedesco in quanto tale venne vaccinato perché si sentisse responsabile personalmente per ogni male al mondo: responsabile per lo scoppio della guerra mondiale, per i suoi morti, per tutte le sue persecuzioni, per la guerra fredda. L’ingresso in un ordine mentale di scaricamento di ogni responsabilità e di ogni crimine sui tedeschi e sulla Germania è stato rapidamente e radicalmente varcato sia dalla maggior parte dei tedeschi stessi, sia dalle istituzioni politiche mondiali.

Oggi, nel 2014, la ricerca di un capro espiatorio per la crisi economico-finanziaria che stiamo vivendo induce, come ci è stato insegnato dai vincitori della guerra, ad identificare un unico responsabile per tutto ciò, che pertanto è nemico: la Germania ovviamente. “Berlino è il nostro nemico, i banchieri prendono ordini da Berlino, l’Euro è il Marco mascherato, il nuovo governo si chiama Renzi- Merkel. La Germania è il nemico perché per produrre ricchezza ha bisogno delle nostre tasse”. Che ci si chiami Grillo oppure Salvini, chi sogna un’altra Europa la sogna con una Germania più debole e marginale, meno forte dal punto di vista economico e monetario e con una minore capacità decisionale all’interno della Commissione Europea. Ma cos’è che induce gli eurocritici a presela con Berlino? Sono motivazioni concrete o soluzioni semplicistiche indotte dal tradizionale tiro al bersaglio anti-tedesco?

Per rispondere a queste domande va innanzitutto compreso come sia possibile che la Germania sia l’unico paese europeo ad uscire rafforzato dall’attuale crisi economico-comunitaria. Il punto fondamentale da capire è che il successo tedesco non è politico, bensì economico. La marcia in più della Germania non risiede nei suoi parlamenti, ma nelle sue fabbriche e nelle sue industrie. Tutto ciò ha inizio ben prima dello scoppio della crisi e dell’ingresso nell’area euro. Dal 1989 in avanti l’immobilità in politica estera tedesca dovuta al senso di responsabilità indotto dal 1945 in poi è stata inversamente proporzionale alla dinamicità del suo apparato produttivo. La disciplina imprenditoriale, l’assistenza statale, la ricchezza di materie prime e la forte valutazione del Marco resero la produzione tedesca autonoma e autarchica, tanto che diventò il paese europeo con il più alto livello prodotti esportati e con la minore importazione, di conseguenza con il debito pubblico più contenuto d’Europa. Un paese molto virtuoso economicamente, dunque, ma immobile sul fronte della politica estera, per evitare di dover prendere scelte internazionali determinanti per non dare ulteriore credito alla cultura della colpevolezza (anti)tedesca. Dinamicità assoluta in economia, neutralità assoluta in politica estera dunque.

Con l’ingresso nell’area euro, deciso non dal voto dei cittadini ma da una classe dirigente immobile e passiva, l’economia tedesca sì è trovata nello stesso spazio economico con tante altre economie più deboli, la cui integrazione avrebbe nuociuto gravemente al benessere creato dal virtuosismo tedesco. Fu così che nel 2001, l’ingresso nel mercato unico europeo portò ad un bivio: mantenere il benessere figlio della stabilità economica o rinunciare alla propria produzione, alla propria stabilità, al successo della propria piccola e media impresa per pagare il processo di integrazione nel mercato unico di economie più deboli e corrotte? La risposta fu quella più ovvia e naturale: salvare i propri lavoratori, i propri stipendi evitando privatizzazioni e delocalizzazioni e, attraverso politiche economiche nazionali espansive, diedero continuità e addirittura incremento alle proprie esportazioni, aumentando però così la discrepanza con le economie più deboli, messe in rispettiva concorrenza diretta all’interno dell’area euro. Il processo di integrazione europea attraverso la creazione ex novo del mercato unico ha dunque messo in concorrenza economie competitive e in crescita (Germania) con economie più deboli (Italia, Grecia, Spagna), facendo sì che il successo delle prime sia inversamente proporzionale alla sopravvivenza delle seconde. Tutto ciò ha fatto si che il cavallo di battaglia di Movimento Cinque Stelle e Lega Nord, gli eurocritici nostrani, sia diventato: guerra a Berlino!

Ma quali sono le effettive responsabilità di Berlino in tutto ciò? Avere difeso i propri lavoratori, i propri stipendi, le proprie imprese, le proprie virtù? Può essere questo considerato una colpa da parte di chi, come Movimento Cinque Stelle e Lega predicano esattamente l’attuazione di tutto ciò in Italia? Va pertanto compreso che i responsabili di questa concorrenza omicida tra economie e popoli europei non risiede nelle fabbriche di un’economia virtuosa, cioè a Berlino, ma nei palazzi in cui vengono determinati i meccanismi che fanno sì che il successo di un’economia e di un popolo europeo si basi sulla miseria di altri popoli europei, cioè a Bruxelles. L’unica colpa di Berlino è quella di avere i conti in regola. Di responsabilità politiche non gliene si possono imputare, dato che la cultura internazionale dominante dal 1945 ad oggi vieta ai tedeschi di poter avere una qualsiasi forma di opinione in politica estera. Come spiega Felix Menzel, direttore del quotidiano tedesco Blaue Narzisse:”Se la Germania, con l’ingresso nel mercato unico europeo ha tratto vantaggi, questi sono solo di tipo economico. A livello politico Berlino rispetto a Bruxelles ha le mani legate tanto quanto l’Italia, tanto che la Germania non è in grado di promuovere i propri interessi in politica estera, ma di fare della sua forza soltanto la produttività economica, il che non è positivo perché mette in concorrenza materiale i diversi popoli d’Europa”.

Tutti concorrenti in economia, tutti vittime in politica per mano di Bruxelles. Ha senso dunque prendersela con un paese che salva il proprio lavoro, le proprie banche pubbliche e la propria prosperità ma che è politicamente incapace di muoversi non da quando è entrato nell’area euro ma dal 1945? E’ giusto prendersela con qualcuno che fa esattamente quello che si dice dovrebbe essere fatto a casa nostra? A queste domando devono rispondere Movimento Cinque Stelle e Lega Nord. In base alle risposte che Grillo e Salvini daranno, capiremo se alle prossime elezioni europee si presenteranno movimenti eurocritici a cui vale la pena dare il proprio voto che abbiano compreso la complessità storica e politica della Germania. Aspettiamo a vedere se Beppe e Matteo avranno la sensibilità di capire che le contrapposizioni scioviniste tra popoli europei appartengono all’ottocento e che oggi l’asse delle contrapposizioni ruota tra le identità dei popoli europei e il malfunzionamento comunitario che le mette in concorrenza. Aspettiamo a vedere se Beppe e Matteo avranno la sensibilità di capire che la Germania e il suo popolo sono vittime non solo di Bruxelles, ma anche della mentalità dell’establishment internazionale che nel 1945 vinse la guerra.

(di Luca Steinmann, tratto da http://www.lintellettualedissidente.it)

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