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Crisi: e alla fine arrivò la grande depressione

 

di Alessandro Farull

Era una bella consolazione. Pensare che comunque la si guardasse la crisi attuale nulla avesse a che fare con la “grande depressione degli anni ‘30” in qualche modo rincuorava anche i più pessimisti. L’avesse detto un anticapitalista qualunque che quello scenario era nuovamente all’orizzonte avrebbe fatto lo stesso rumore della nascita di un filo d’erba, ma il sentirlo affermare da Christine Lagarde, capo del Fondo monetario internazionale, fa saltare i timpani come un allarme tsunami mondiale. Anche perché pure Mario Draghi ha confermato la frenata della crescita mondiale, dimostrata ampiamente da quanto sta accadendo in Cina. Dopo tre anni di chiacchiere, dunque, la crisi è a doppia W e la prospettiva di risalita neppure si vede. Una crisi finanziaria che ha fatto saltare governi e tolto milioni di posti di lavoro, allargato la forbice tra ricchi e poveri, relegato l’ecologia a un di più da affrontare chissà quando e non intaccando minimamente il modello di sviluppo. Nonostante di sviluppo non se ne veda neanche l’ombra.

Per dire queste cose non servono gli economisti, perché le capiamo anche noi che non lo siamo e dunque più che sugli strumenti tecnici necessari per tentare di rimediare a questa situazione, ne facciamo una questione politica/sociologica. E diciamo che metaforicamente per curare da una depressione servirebbe uno psicologo, mentre ci si sta rivolgendo a uno psichiatra con qualche disturbo. Perché quando una strada che si è seguita è terminata contro un muro, il prendere la rincorsa per picchiare ancor più forte contro lo stesso significa avere dei problemi seri. Ma il medico, a questo punto, può far poco perché dà sempre la stessa ricetta, e qui un anti-depressivo non basta. Serve un confronto almeno con chi questa crisi la sta subendo davvero, quel 99% che pur con tutte le sue incongruenze paga una crisi di cui al massimo può essere corresponsabile dal punto di vista di non aver capito per tempo che cosa stesse capitando, oppure di aver scelto dei pessimi rappresentanti dei veri interessi comuni.

Semplificando al massimo il male, oggi – come dice Gordon Gekko in Wall Street 2, concedeteci una citazione cinefila e non altissima  – è il “prestito” (“un biglietto sicuro per la bancarotta, senza ritorno. È sistemico, maligno ed è globale, come il cancro”). Che poi diventa debito. Ci hanno convinto che potevamo indebitarci e che anzi era un bene farlo per far funzionare l’economia, e la finanza ha cavalcato questa idea urbe et orbi. Replicandola su ogni cosa che si muovesse o che si sarebbe potuta muovere o che invece sarebbe crollata. Rischiando su tutto perché opera tramite banche con soldi non suoi.

 «Questa crisi ha messo a nudo le crepe della nostra società – scrive l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz nel suo “Bancarotta” – fra il mondo della finanza di Wall Street e l’economia reale di Main Street, fra l’America dei ricchi e il resto della nostra società (dove siamo anche noi da quest’altra parte dell’Oceano, non lo dice Stiglitz ma è evidente, ndr). Mentre le persone sui gradini più in alto della scala sociale hanno vissuto molto bene in questi ultimi trent’anni, il reddito della maggior parte degli americani ha ristagnato o è diminuito. Le conseguenze sono state nascoste; ai ceti bassi – e anche a quelli medi – è stato detto di continuare a consumare come se i redditi fossero in aumento; le persone sono state incoraggiate a vivere al di sopra delle loro possibilità, ricorrendo a prestiti resi possibili dalla bolla».

Il guaio, aggiungiamo noi, è che la stessa cosa hanno fatto i governi! Anche loro hanno vissuto indebitandosi e scommettendo sulla finanza come panacea di ogni male, persino i comuni, con il risultato che quando hanno stabilito che eravamo potenzialmente insolventi, gli investitori ci hanno chiuso i rubinetti come fanno le banche. Anche certamente per colpa di un governo, il precedente, totalmente non credibile, ma come si vede per la finanza – che deve sempre trovare un capro espiatorio per togliersi da ogni responsabilità – ora giudica quasi tutti i governi europei non credibili. «Il settore finanziario – come dice sempre Stiglitz – è restio a farsi carico dei propri fallimenti». Tant’è, aggiungiamo noi, che quando l’Ue al super-summit ha deciso di dare una strizzatina alla finanza, la Gran Bretagna se ne è fuggita a gambe levate…

La crisi, dunque, è sistemica. Questo – e veniamo alle questioni italiane – dovrebbe saperlo bene un uomo come Mario Monti che infatti cerca di ridare credibilità al Paese, anche questa condizione necessaria almeno per avere voce in capitolo qualora qualcuno anche da questo Paese avesse voglia di provare a cambiare le cose. Ma di fronte a tutto questo davvero non possiamo tacere su una topica che sta prendendo anche questo Governo, ovvero pensare che un contributo arrivi rendendo ancor più precario il lavoro (articolo 18) e allungando le pensioni fino a 70 anni.

L’avvitamento è andato in scena involontariamente, crediamo, sul Corriere della Sera di ieri. A domanda pertinente di Enrico Marro al ministro Fornero sul fatto che lei creda davvero che «le imprese terranno le persone fino a 70 anni» (tema da noi sollevato fin dall’inizio, vedi link) lei ha risposto così: «qui tocchiamo una anomalia del nostro sistema. La previdenza è stata troppo spesso un ammortizzatore sociale, per cui tutte le riorganizzazioni d’impresa sfociano in prepensionamenti. Accade perché se guardiamo alla curva delle retribuzioni, lo stipendio sale con l’anzianità mentre in altri Paesi cresce con la produttività e quindi fino all’età della maturità professionale ma poi scende nella fase finale, perché il lavoratore anziano è di regola meno produttivo. Da noi non è così e questo fa sì che le aziende risolvano il problema mandando i dipendenti più anziani e costosi in prepensionamento. Anche i lavoratori hanno la loro convenienza con la pensione anticipata. E lo Stato copre questo patto implicito tra aziende e lavoratori anziani a scapito dei giovani. Se vogliamo fare la riforma del ciclo di vita, è proprio per rompere questo patto: non ce lo possiamo più permettere».

C’è del vero, ma quello che fa uscire gli occhi dalla orbite è che questa manovra è stata avallata almeno a parole da Confindustria, come se appunto anche loro riconoscessero l’anomalia: peccato che accanto all’intervista ci sia proprio un pezzo su Confindustria che avrebbe delle resistenze, e su che cosa? «La riforma delle pensioni costringe le imprese a tenere i lavoratori più a lungo in servizio, in prospettiva fino a 70 anni, facendo saltare i piani di molte di esse che speravano in un alleggerimento degli organici che le avrebbe aiutate a superare la crisi». Inoltre c’è da dire anche che gli ammortizzatori “avanzati” e gli scaloni pensionistici che si propongono sono quelli europei di Paesi con servizi ai cittadini (soprattutto donne ed anziani) molto più avanzati dei nostri, ma la ricetta del mercato del lavoro è quella americana, con salari e diritti dei lavoratori più vicini a quelli cinesi che a quelli tedeschi.

Come si vede su questo tema ci avvitiamo completamente perché è il modello che è sbagliato, perché l’individuo non è più al centro di questo modello, men che meno l’ambiente e la redistribuizione delle ricchezze attraverso anche un welfare di qualità, un’idea morta e sepolta. Una cura a questo modello equivale a doparlo, qui serve un cambio radicale fondando lo sviluppo sulla sostenibilità ambientale e sociale e riducendo tutti i debiti, specialmente quelli con le risorse del pianeta; un cambio dato dal confronto e ripulito dalle distorsioni tecnologiche che ammazzano la democrazia.


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